La solitudine della novità

Ogni giorno sul mercato vengono lanciati miriadi di nuovi prodotti, il cui ciclo di vita è sempre più corto. Compriamo oggetti che diventano vecchi prima ancora che possiamo averne capito tutte le funzionalità. Ciò che è nuovo, ci appare, per definizione, più interessante di ciò che già conosciamo e, senza rendercene conto, ci troviamo completamente assorbiti in una spirale mortale dove essere sempre al passo con i tempi diventa quasi un lavoro.
Questo avviene anche nell’informazione: ci siamo già dimenticati di notizie che riempivano le prime pagine dei giornali solo un mese fa e le news che leggiamo al mattino sono già “vecchie” dopo la pausa pranzo.
Ogni giorno nascono applicazioni che ci promettono di semplificare la vita e ci permettono di fare sempre un po’ meglio quello che fino ad ora svolgevamo in modo differente.
La nostra è la società della novità.
Ciò che è nuovo ha valore, per definizione.
Ne consegue che tutto viene “consumato” con una rapidità sempre maggiore, ci stufiamo delle cose non appena per noi diventano familiari e aspettiamo ardentemente che arriva qualcosa di nuovo a sostituirle.
Questo atteggiamento psicologico si ripercuote anche nelle relazioni, “consumiamo” persone con una rapidità incredibile, abbiamo perso la capacità di impegnarci anche quando le cose si fanno più complesse, preferiamo semplicemente passare oltre. Le persone ci stufano, non appena le conosciamo un po’ più approfonditamente, abbiamo bisogno di conoscere gente nuova, di scoprire e conquistare nuove relazioni.
Bruciamo le tappe, “divoriamo” relazioni, perché si deve fare tutto subito, avere tutto subito. Perché non c’è tempo per fermarsi, per aspettare, occorre andare oltre. Amami ora e subito, perché poi dovrò già essere pronta per amare qualcun altro.
“Avanti il prossimo” diventa un dictat mortale a cui non riusciamo a sottrarci, perché l’abitudine ci uccide e la prevedibilità ci annoia.
È certamente bellissimo conoscere sempre persone nuove, calarsi in mondi inesplorati, vivere esperienze inattese, ma, quando cala la sera, chi resta davvero nei nostri pensieri a farci compagnia? Chi è la nostra base sicura da cui possiamo partire rincuorati ad esplorare il mondo e a cui possiamo tornare stanchi dalle fatiche quotidiane, sicuri che troveremo un abbraccio che sarà per noi “casa”?
Il prezzo della novità non è, in definitiva, la solitudine?

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Il paradosso dell’imprevisto

Sarà l’arrivo del freddo, sarà che il buio cala prima ancora che riusciamo ad uscire dall’ufficio, sarà il lavoro che ci ruba tutte le ore delle giornate, le vacanze ormai così lontane da essere quasi dimenticate, il Natale che si avvicina con tutta la sua frenetica caccia ai regali…questo periodo dell’anno lo trovo sempre particolarmente lungo e faticoso, tanto che, la mattina, alzarsi dal letto è veramente un grandioso atto di coraggio.

E a peggiorare tutto questo, si aggiungono gli imprevisti, che peggiorano la situazione. Piccole cose, intendiamoci, niente di grave, minuscole e insignificanti rotture di scatole quotidiane, che, inspiegabilmente, riescono ad avere un impatto sull’umore che ha dell’incredibile, sia come entità che come durata.

Mi riferisco a cose tipo quando la mattina, senza nemmeno esserti davvero svegliato, ti infili nella doccia sperando in un miracoloso dolce risveglio e, a catapultarti nella dura realtà, c’è un getto di acqua gelida, perché, chi lo sa per quale tragica congiunzione astrale, si è rotto il boiler. Oppure a quando sei in ritardissimo per un appuntamento, ti precipiti a prendere il motorino e la batteria è completamente morta nella notte. O, ancora, a quando finalmente ti decidi a rimettere piede in palestra, dopo settimane di latitanza, entri, anche abbastanza motivato, e hai dimenticato di mettere i pantaloni nella sacca. E potrei andare avanti con altre centinaia di esempi di queste piccole seccature quotidiane che ci rovinino il sorriso e i cui effetti sul nostro umore tendono a durare anche per un giorno intero.

Non ci crederete, ma interessantissimi studi in materia dimostrano che queste minuscole “rotture” quotidiane hanno, in realtà, un potere grandissimo di sconvolgere il nostro equilibrio emotivo. E non solo. Hanno addirittura il potere di metterci al tappeto molto più forte e per un tempo più lungo dei “veri” problemi della vita.

In un bellissimo articolo di Gilbert di cui consiglio la lettura, viene vivamente sostenuta questa tesi. Quando qualcosa di davvero grave ci accade, il nostro organismo attiva meccanismi cognitivi atti a bilanciare “l’incidente” e riportare l’equilibrio. Pensate, per citare uno degli esempi di Gilbert, a quando una donna scopre che il marito la tradisce, sarà uno schiaffo talmente forte e una minaccia talmente alta al suo equilibrio psicologico, che sarà costretta a mettere in atto una serie di “difese”: facilmente cercherà di convincersi del fatto che il marito fosse solo alla ricerca di un po’ di emozioni e che questo “scivolone” finirà perfino per avere un impatto positivo sul loro rapporto di coppia, rafforzandolo. Questa spiegazione le permetterà di andare avanti e di uscire, paradossalmente, quasi illesa dal colpo ricevuto. Le difese cognitive della donna, al contrario, non entreranno in gioco se la sola colpa del marito sarà aver lasciato i piatti sporchi nel lavello la sera prima, con il risultato che questa cosa la farà arrabbiare più a lungo, con un effetto sul suo equilibrio psicologico decisamente non proporzionale al fatto in sé.
Questo fenomeno lo possiamo vedere nel nostro atteggiamento verso la salute: siamo più propensi a intervenire subito se abbiamo un dolore acuto e a tralasciare invece un malore persistente ma lieve.
Lo stesso paradosso lo troviamo anche nelle dinamiche sociali, sicuramente ci offriremo di guidare noi se siamo in un locale e vediamo un nostro amico bere quattro cocktail, non lo faremo invece se ha bevuto tre bicchieri di vino, nonostante probabilmente i rischi di incidente siano gli stessi.

Tornando ai contrattempi della nostra vita quotidiana, a quelle piccole e fastidiose cose che hanno l’enorme potere di rovinarci una giornata, come possiamo efficacemente difenderci da esse?

Il “trucco” sta nel cercare di guardare la situazione in modo il più possibile oggettivo, in modo tale che riusciamo a “spogliarci” dell’emotività e attivare, invece, la ragione. Questo ci aiuterà sia a trovare una soluzione rapida, sia a disattivare le emozioni che ci fanno stare male. Un approccio razionale, infatti, toglierà il controllo al sistema limbico del cervello, per darlo alla neocorteccia, la zona, appunto, della logica.

Due semplici regole perché questo avvenga:

1) Spiegare
 – Identificate il vero problema: siete così arrabbiati perché si è rotto il boiler o forse ce l’avete con voi stessi perché avete rimandato a lungo di farlo controllare? Sono i piatti sporchi nel lavello a farvi uscire di testa o la consapevolezza che lui non faccia mai nulla in casa e che siate sole a dover gestire tutto?
 – Verbalizzare le emozioni: non nascondetevi, ditevi chiaramente cosa vi fa provare questa situazione e quali sono le cause di queste emozioni negative. Se riuscirete a fare questo passaggio, scoprirete, tra l’altro, che tutte le emozioni negative, non appena le renderete manifeste, perderanno parte del loro potere destabilizzante.
 – Individuate il motivo: siete così arrabbiate perché pensate che la doccia fredda, alla fine, sia la giusta punizione per il vostro comportamento che, improvvisamente, non vi sembra responsabile e questo mette in crisi ciò che pensate di voi stessi? Più che per i piatti dovreste arrabbiarvi per il ruolo che il vostro partner ha nella vostra vita e non avete mai la voglia/il coraggio per farlo?
 – Ristrutturate il problema: se una cosa piccola vi dà un fastidio grande, non è mai un caso, probabilmente non è che la punta di un iceberg. Quindi non fermatevi alla cosa in sé. Usatela come stimolo per “aprire gli occhi” andare oltre al dettaglio e vedere meglio il quadro.
2) Agire
 Uno dei modi più efficaci per controbilanciare una reazione emotiva che riteniamo ingestibile è quello di pianificare un piano di azione

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Come diventare un perfetto stronzo

“Non si nasce stronzi, lo si diventa dopo che si ha dato tutto e non si ha ricevuto nulla”
Recita una nota frase pronunciata dal Dr. House.

E ancora: “Prima di diagnosticarti depressione o bassa autostima, assicurati di non essere semplicemente circondato da stronzi.” diceva William Gibson

Ebbene, alzi la mano chi, davanti ai ripetuti schiaffi che la vita ogni giorno ci dà, non ha, almeno una volta, desiderato di diventare un grandissimo stronzo? Sono pronta a scommettere che le mani che vedremo alzarsi saranno decisamente poche…

Non stiamo, ovviamente, parlando di diventare quella che potremo definire “una brutta persona” e, cioè, di cominciare a usare la cattiveria fine a se stessa con tutti e in qualsiasi situazioni. Per “essere stronzi” io intendo piuttosto la capacità, tutt’altro che facile da avere, di pensare a se stessi, mettere se stessi davanti agli altri, essere determinati e nutrire una buona autostima. E, credetemi, questo tipo di “stronzaggine”, nella vita, almeno ogni tanto, è un’assoluta benedizione!

Come fare allora per diventare dei perfetti stronzi?

1) Fai focus su te stesso. Basta pensare sempre e soltanto agli altri, alle loro esigenze, ai loro bisogni, ai loro problemi…così non si va da nessuna parte. Una vita da crocerossina, nel lungo, non ha, purtroppo, mai reso felice nessuno. Solo pensando a ciò di cui abbiamo bisogno, finiremo di infilarci in situazioni dove non stiamo bene e, pertanto, non possiamo far stare bene nessuno, indipendentemente dai nostri nobili intenti.

2) Conta soprattutto su te stesso. Non intendo assolutamente consigliarvi di farvi il vuoto attorno, ma semplicemente di prendere le decisioni e della vostra vita, partendo da voi stessi, dai vostri limiti e il vostro potenziale, senza sperare che qualcun altro sarà lì ad aiutarvi. Se poi quel qualcuno ci sarà, sarà un meraviglioso regalo in più, ma se non ci sarà, avrete correttamente valutato la situazione facendo affidamento su voi stessi.

3) Riduci al minimo le aspettative. Per natura siamo portati a commettere due grossissimi errori: credere che gli altri si comportino con noi come noi ci siamo comportati con loro e pensare che le persone abbiano a cuore soprattutto la nostra felicità. Non sempre, anzi quasi mai, purtroppo è così. E, inevitabilmente, le nostre aspettative ci fregano, ingabbiandoci e creando in noi false idee sul futuro che poi ci si rivolteranno contro come boomerang. Un perfetto stronzo non si aspetta nulla dagli altri e questo gli permette di non restare deluso quando non ottiene nulla.

4) Impara a perdonare te stesso. Tutti facciamo degli errori, tutti a volte deludiamo noi stessi e gli altri. Fa parte della vita ed è importante fare pace con questo concetto, prima di esserne sopraffatti. La tolleranza verso se stessi è il punto di partenza imprescindibile per poter imparare dai propri errori e non venire invece fagocitati da essi.

5) Evita le persone che hanno bisogno di te. Per assumere davvero il controllo della tua vita, è necessario che abbandoni l’idea narcisistica di voler avere il controllo sugli altri. Spesso non ce ne si rende conto, ma tutte le volte che una persona ha bisogno di noi coccola inevitabilmente il nostro io e ci fa sentire a livello inconscio di avere un controllo totale su di lei, questo però ci sottrae inevitabilmente libertà e ci rende schiavi non tanto delle persone bisognose di noi, ma dei benefici psicologici che otteniamo sentendo il suo bisogno nei nostri confronti.

6) Credi in te stesso. L’autostima è fondamentale per poter ottenere la felicità. Non c’è nessun motivo per cui non dobbiamo pensare di avere delle qualità e di poter riuscire, tramite il loro esercizio, a raggiungere i nostri obiettivi. Questo non significa credersi invincibili, ma crederci “capaci di quello che vogliamo”. Il primo passo per ottenere qualunque cosa nella vita, è credere di poterlo fare.

7) Non accettare compromessi. La vita è una sola e non c’è niente per cui valga la pena buttarla in qualcosa che è “qualcosa di meno” di ciò che potrebbe renderci felici. “chi si accontenta gode .. così così” dice una canzone di Ligabue e noi non meritiamo un “così così”, noi meritiamo una felicità piena e soddisfacente.

E ora, date il benvenuto allo stronzo che c’è in voi!

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“La delusione è figlia dell’aspettativa”

“Beato chi non si aspetta nulla dagli altri, perché non resterà mai deluso” Alexander Pope

Non bisognerebbe mai avere aspettative verso nessuno tranne che verso se stessi, questo penso sia uno degli ingredienti fondamentali della felicità.

A lungo studiate dalla sociologia e dalla psicologia, le aspettative sono un prodotto culturale che deriva dai ruoli e dalle norme sociali. Per dirla in parole semplici, tutti noi occupiamo una determinata posizione nella società in cui viviamo e nella nostra rete di relazioni, che fa si che le persone che interagiscono con noi si aspettino, appunto, determinati comportamenti da noi. E la stessa cosa facciamo noi verso gli altri, così ci aspettiamo che il nostro capo interagisca con noi in un modo che è diverso da come lo farà un nostro amico, il nostro partner o una persona che abbiamo appena conosciuto. Ci aspettiamo, inoltre, che a determinate nostre azioni, corrispondano delle reazioni da parte degli altri in modo quasi deterministico, come se dipendesse solo da noi ottenere dei risultati.

Le aspettative ci sono di grande aiuto nella nostra vita quotidiana, nell’interpretare le situazioni, nel prevedere le conseguenze e nel pianificare e “regolare” i nostri comportamenti.
Ci aiutano a non brancolare nel buio, a leggere meglio la realtà, a sapere cosa, appunto, aspettarci dalle persone che abbiamo intorno.

L’altro lato della medaglia è che quando una nostra aspettativa viene disillusa, proviamo quell’orribile sensazione di torto subito, quella frustrazione, che a volte può addirittura diventare un blocco all’azione, è come se all’improvviso non sapessimo più chi abbiamo davanti, oppure come se fosse solo colpa nostra.

“Ho sempre dato il massimo nel mio lavoro, ho ricevuto feedback molto positivi dal mio capo e dai miei colleghi e ora mi lasciano a casa?”

“Ma come? Siamo amici da una vita e ora che ho bisogno di lui, scompare nel nulla?”

“Dopo tutti questi anni insieme, tutte le difficoltà che abbiamo superato, tutti i momenti belli condivisi, quel nostro modo così unico e speciale di stare insieme, non sa se è pronto per scegliere di passare una vita con me?”

Domande, che, temo, si sono intrufolate nel nostri pensieri più volte nel corso delle nostre vite, domande che ci hanno “messi in crisi”, che hanno fatto vacillare le nostre sicurezze, che hanno reso insicuri e traballanti i nostri passi, che ci hanno portato, a volte, anche a credere che dipendesse da noi e quindi a distruggere la nostra autostima.

Purtroppo, l’aspettativa, guida sicura a cui affidarci ogni giorno, è anche questo.

Quando ci creiamo una previsione sull’esito di un evento, non è però solo l’aspettativa ad entrare in gioco. Tutte le previsioni che si formano nei nostri pensieri sono infatti influenzate anche dall’immagine che abbiamo di noi stessi e dalla nostra autostima. Ci sono persone che hanno un’autostima così elevata da aspettarsi sempre il meglio e, al contrario, persone che ritengono che le cose non potranno che andare male per loro. È innegabile che questo atteggiamento verso la realtà abbia poi un impatto sulla realtà stessa, portandoci a influenzare, anche se involontariamente, gli eventi stessi, in base alle nostre convinzioni sugli esiti.

Come fare allora?

Questi ritengo siano gli ingredienti per riuscire a muoverci al meglio in questo groviglio di variabili:

1. Credi in te stesso. “Perché io valgo” recita il claim di una nota azienda e questa credo sia una grande verità con cui tutti dovremmo imparare a convivere. Una buona autostima è la compagna fedele su cui dobbiamo contare per poterci orientare al meglio nella vita.

2. Apri gli occhi. Un esame oggettivo della realtà è fondamentale. Noi non vediamo la realtà, ma piuttosto quello che vogliamo vedere di essa. Per dirlo meglio, ciò che la nostra mente registra intorno a noi, non è mai una fotografia oggettiva di ciò che succede, ma piuttosto un’interpretazione di esso, viziata da ciò che “vogliamo vedere”. Riuscire a fare un esame oggettivo delle situazioni che tenga davvero conto di tutte le variabili, positive e negative, coinvolte, ci aiuta a nutrire aspettative sane verso i contesti e, ancora di più verso le persone. Un po’ come quando in amore passiamo dalla fase di innamoramento a quella di amore vero e proprio e dobbiamo, in un certo senso, uccidere l’”idea” che ci siamo fatti del nostro amato per fare spazio a ciò che lui realmente è, con i suoi pregi, ma anche i suoi limiti.

3. Il protagonista della tua vita sei tu. Le sole aspettative che possiamo, in un certo senso, “controllare” sono quelle verso noi stessi e, per il nostro equilibrio, è fondamentale che sia su queste che concentriamo le maggiori aspettative di cambiamento, nonché i nostri sforzi. Non puoi cambiare le persone, non puoi cambiare le situazioni, ma puoi fare focus su te stesso e suoi tuoi bisogni, decidere di lavorare per meglio integrarti nei contesti in cui ti muovi e nelle relazioni che vivi (se ne vale la pena), oppure di cambiare la tua vita per cercare contesti e relazioni che realisticamente possano essere coerenti con le tue aspettative.

Forse così si può fare finalmente pace con le aspettative e fare in modo che siano amiche e alleate nella nostra vita e non nemiche da combattere.

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Quando mangi o quando dormi, non ti chiedi perchè mangi o perchè dormi, semplicemente mangi e dormi #storiepositive #7

Dopo questo interminabile susseguirsi di ponti e vacanze di vario genere, ritrovarsi alla scrivania, con davanti un’intera settimana di lavoro, credo possa rendere a molti di noi questo lunedì, più faticoso e pesante del solito. E allora, eccoci, con il consueto appuntamento con un po’ di positività, tratta dall’esperienza reale di persone che abbiamo intorno, ma che, forse, rischiano di scomparire o, semplicemente, passare in secondo piano, rispetto alla negatività che aleggia nel mondo del lavoro contemporaneo.
Come testimone della positività di questa settimana ho scelto di presentarvi Marco Ferra.

Marco, raccontaci chi sei…

Sono Marco Ferra o Marco Veg Ferra o altrimenti ultimamente chiamato “L’uomo dell’albero”, non chiedermi perché: è il nome che un mio amico scultore ha pensato la prima volta che mi ha incontrato. E ho pensato di iniziare ad adottarlo come un vestito nuovo, o un nuovo taglio di capelli. Ho sempre pensato che quando incontri una nuova famiglia, in qualche modo nasci di nuovo e quindi hai diritto ad un nuovo nome e che spesso questo nome ti viene dato dalla famiglia in cui entri, dalle persone che incontri quando entri nel loro mondo.

La prima nascita effettiva risale comunque a 35 anni fa nella lontana Milano, le mie origini sono completamente del sud Italia, di un posticino piccolo piccolo nel parco del Cilento, del quale ho ricordi di infanzia legati alla natura, ai boschi, agli animali e al rapporto degli uomini con tutto questo: rapporti duri, di lavoro, ma anche incontaminati quasi selvaggi. Talmente selvaggi da avere come ricordi un sacco di scivoloni e cadute durante le corse nei boschi. Sono sempre stato comunque un uomo di città, affascinato dalla terra, ma abituato al cemento.

Un po’ questi ricordi, un po’ queste sensazioni, mischiate caoticamente con letture e scoperte di quello che avviene nel mondo ed incontri con persone speciali, mi hanno permesso di fare uno dei balzi più improvvisi e inaspettati della mia vita, cioè adottare uno stile di vita vegan.

Credo di avere avuto moltissime fortune nella mia vita, soprattutto incontrando persone molto speciali, che mi hanno accompagnato per tratti di strada insegnandomi, aiutandomi anche. Questa è una delle cose che credo siano fondamentali: cercare sempre la fortuna di avere dei buoni accompagnatori.

Oltre a tutto questo, ho altre due fortune e cioè i miei due lavori, quello di consulente nel mondo dell’Information Technology e quello di pittore. Queste due attività mi rendono estremamente felice, perché da un lato mi danno la possibilità di giocare facendo cose serie, di coltivare uno sguardo ingenuo e curioso, dall’altro di divertirmi nel creare e rendere reale quello che ho in testa.

Parlaci di queste tue passioni…

Come dicevo le mie due passioni sono, in effetti, i miei due lavori. Lavorare nel mondo informatico, è da sempre stata una esperienza bellissima, a contatto con persone creative ed estremamente intelligenti, con le quali imparare e soprattutto ‘costruire’ nuove parti della realtà.

Mi occupo in particolare di realizzare e rendere effettive idee legate al mondo del web: avviene spesso che qualcuno, azienda o persona, voglia provare a realizzare un nuovo prodotto o una tecnologia per risolvere qualche problema. Il mio lavoro in questo senso è quello di aiutarli nel rendere effettiva questa idea, ragionando con loro sui dettagli, progettandone il prototipo, lavorando insieme a loro nella costruzione vera e propria.

Per quanto riguarda l’altra pagina del mio ‘libro’, cioè il mondo della pittura, spesso mischiato al mondo dell’arte, valgono molte considerazioni simili: in quasi 10 anni ho incontrato moltissime persone stimolanti ed estrose con cui condividere progetti ed idee.
Ovviamente il mondo della pittura è, per sua natura, più solitario: prevede una ricerca ed una immersione del tutto personali. Ciò che si produce contiene colori, linee ma, in misura maggiore rispetto ad altre produzioni umane, una forte dose di intimi pensieri ed emozioni, il più delle volte rigurgitate inconsapevolmente sulla tela.
In questo senso produco soprattutto seguendo un istinto personale ma a volte anche su opere commissionate.

Forse vi sembreranno due mondi molto diversi, ma in realtà, lo sono meno di quanto possa apparire: entrambi, infatti, prevedono la possibilità di dare forma a qualcosa, di dare corpo e sostanza a un’idea, di donarle la vita. Che poi questo avvenga nel mondo del Web oppure su una tela, altro non è che una formalizzazione diversa, un modo differente di poter entrare in contatto con chi poi potrà fruire e condividere questa idea.

Quando sono nate queste tue passioni?

Fin dalla prima volta che incontrai un computer provai una estrema curiosità ed interesse per questo mondo così evanescente e così concreto, che mi dava la possibilità di realizzare ‘cose’ partendo dal nulla, digitando soltanto parole su una tastiera. Mi affascinava moltissimo questo aspetto e pian piano capii che doveva diventare parte integrante della mia vita.

Da quando ero piccolo provavo piacere nel disegnare. Ma è solo da adulto, o da giovane adulto, durante un periodo di noia, che decisi di iniziare a giocare con la matita 2B e tracciare qualche schizzo. Da lì, il balzo al colore e all’olio e alla tela. Giochi da adulto, insomma. Mi incamminai per la strada del dipinto figurativo, sperimentando e giocando il più possibile, fino a ritrovarmi a contatto con il pensiero degli animali a guardarmi fisso negli occhi.
Donne ed animali, quindi, sono per me ciò che di bello la natura ci offre, nella loro interezza, non solo nella loro forma. E sono i soggetti preferiti dei miei lavori, a volte separatamente a volte insieme.

Come ti sei reso conto di amare così tanto queste cose?

Quando mangi o quando dormi non ti chiedi perché mangi o dormi, semplicemente mangi e dormi.
Ecco, questo è avvenuto: da una parte non potevo fare a meno di dipingere, disegnare, riprodurre quello che avevo in mente nel bene e nel male, dall’altra fremevo nel mettere le mani su una tastiera e imparare quello che potevo per capire meglio quello strano mostro a 100 tasti che avevo davanti.
Lo sbocco lavorativo nel mondo informatico fu una naturale conseguenza della mia passione.
In pittura, ho scoperto che alcuni lavori funzionavano e che, insomma, non piacevano soltanto a me ma anche ad altre persone, quindi pensai di condividerle.
Mi capita di regalare i miei lavori o di scambiarli con qualcosa di prezioso che la persona interessata al mio lavoro può offrire. Il denaro, nel caso della pittura, della mia pittura, è una delle forme di pagamento.

Perché hai deciso di farle diventare un lavoro?

Non poteva che essere così, perché quando coltivi una pianta la devi far crescere, altrimenti la castri e la riduci ad arredamento. Ripeto la mia fortuna è avere due lavori che adoro e dei quali non potrei mai fare a meno: non mi danno solo da vivere, mi fanno vivere.

Come hai iniziato e quali sono state le evoluzioni?

Nel mondo IT ho cambiato diverse realtà, dalle più classiche aziende a situazioni più ‘start-up’ ed emotivamente e intellettualmente stimolanti come la realtà nella quale lavoro attualmente.
Un percorso non sempre lineare, dettato soprattutto dal desiderio di trovare nuove sfide, realtà e gruppi di lavoro e progetti appassionanti.
La mia formazione pittorica ha inizio con alcuni artisti Massimo Geloso, Francesco Fontana e Rafael Dussan. Ognuno di loro mi ha permesso di fare passi avanti nella mia ricerca tecnica ed espressiva.
Inizialmente, come dicevo, ero incantato dalla figura umana, soprattutto femminile. Quando intrapresi il discorso vegan, volli unire immagini di animali, preferibilmente non come accessori ma come protagonisti.
In ogni caso iniziai a sperimentare e ricercare immagini di animali, o di animali insieme a donne.
Lavoro molto con l’oro e con il tratto grezzo, caratteristiche che adoro in pittori del passato.

Avevi un altro lavoro prima di dedicarti all’informatica e alla pittura?

Inizialmente la mia attività primaria era l’Information Technology. Con il passare degli anni capii che potevo, con un po’ di sforzi certo, ma che potevo, unire anche la mia seconda passione e pian piano cercai di conciliare tempi e modi.

Hai mai pensato di fare altro nella vita? Cosa? Perché poi non l’hai fatto?

Oh si diverse volte! Beh alle volte per paura, alle volte perché ci ho provato e ho capito che, per quanto il mio desiderio si sforzasse, il resto della mia realtà non combaciava. Ma non è una cosa triste, anzi. Sono contento di aver provato e fallito. Cioè non proprio contento…ma quanto meno non sono triste per non averci provato.

Come racconteresti a qualcuno che non ti conosce il tuo lavoro?

E’ sempre un po’ complicato, la cosa migliore sarebbe mostrare un mio quadro o una mia giornata tipo nel mondo IT.

In entrambi i miei lavori, la partenza è un’idea.

Per quanto riguarda la mia pittura, quest’idea innesca un processo di ricerca, in cerca dell’immagine. Questa fase è magica: leggi, guardi, parli ed ad un certo punto, in modo quasi inaspettato e comunque travolgente, arriva l’immagine, ti si fissa in testa e non riesci più a cacciarla. Presente l’esorcismo? Stessa cosa, ma al posto del prete c’è il pennello, i colori e la tela.
A quel punto, divertendomi, arrabbiandomi, deludendomi, rattristandomi, emozionandomi nasce il quadro. Ti guarda ancora bagnato ti fa capire che è pronto a stare da solo.

Nei progetti IT, l’idea di partenza nasce per far fronte ad un’esigenza e il processo di presa di sostanza dell’idea è maggiormente razionale, si cerca di capirne la fattibilità: tecnologie, tempi, costi. Si cerca di farne una stima e quindi se l’idea rispetta il budget, si procede nel progetto e nella realizzazione, spesso coinvolgendo più persone sia tecnici che designer del prodotto. E’ un lavoro di squadra, che implica confronto, coesione degli sforzi, contributi specifici di figure professionali diverse e il risultato è un insieme di tutto questo.
E’ spesso un lavoro che ricorda quello di un artigiano: sai quando una volta si chiedeva ad un falegname di costruirti una mobile e lui iniziava da una idea di base, poi settimana dopo settimana si passava a controllare l’evoluzione e apportare correzioni o miglioramenti?
Molto simile, solo che al posto dell’artigiano ci sono un gruppo di personaggi strani armati di tastiera.

Cosa ti piace soprattutto di quello che fai?

La ricerca. Credo sia l’aspetto che maggiormente accomuna le mie due passioni ed è la parte più divertente dei miei lavori, anche perché, come spiegavo prima, si tratta di due ricerche molto differenti, che si ha modo di apprezzare proprio nella loro estrema differenza. Il cercare la soluzione ad un bisogno, più intimo e personale nel caso della pittura, più razionale e dettato da altri nel caso del Web. Il cercarla, o forse quasi più “aspettarla”, guardando dentro e fuori di sé ed abbandonandosi a questa genesi, quasi magica, nel caso della pittura. E, invece, la ricerca tramite lo studio e il confronto, il rispetto dei parametri e l’ottimizzazione delle possibili soluzioni, nel caso dei progetti su Internet.

C’è qualcosa che non ti piace o che vorresti cambiare invece?

Si, come vale in tutti i lavori, c’è sempre un buon motivo per lamentarsi. Ed in effetti ci sono delle cose su cui devo lavorare, soprattutto alcuni aspetti legati alla gestione del tempo, che dovrei imparare a migliorare. Nulla di impossibile, forse.

Sei soddisfatto di quello che hai realizzato? Perché?

Si direi di si. Perché mi sono divertito, perché ho ricevuto emozioni ed esperienze, perché ho regalato qualcosa, perché ho creato qualcosa.
Una delle cose che maggiormente mi piace, in quello che faccio è vedere realizzati concretamente gli effetti del mio lavoro. Da una parte nel mondo IT, notare che le persone sono soddisfatte di aver realizzato con me un progetto, che “vive” nella Rete. Dall’altra, nel mio lavoro di pittore, quella di poter condividere le mie immagini con gli altri, dare la possibilità anche a loro di “vedere” quello che io vedo.
Su questo ultimo punto, vorrei dire che una parte della mia attività di pittore si rivolge spesso al discorso vegan, animalista. Il fatto di riuscire a convogliare le domande che mi fecero cambiare anni fa e condividerle ‘esteticamente’ o attraverso eventi o installazioni è per me fondamentale. Non perché credo che l’arte debba essere ‘applicata’ necessariamente, piuttosto, mi piace pensare, che una parte di ciò che faccio possa avere degli effetti materiali sul mondo che mi circonda, in particolare su noi uomini, che ne siamo una parte consistente, ma infinitesimale.

Qual è stata la maggiore soddisfazione che hai avuto nel tuo lavoro?

Non ce ne è una specifica. Ci sono molte soddisfazioni quando qualcuno mi dice che è rimasto colpito dal mio lavoro, che gli sono nate delle domande, che gli sono arrivate delle emozioni.

Consiglieresti di seguire le tue orme?

Assolutamente no. Voglio dire, ognuno deve cercare di capire quali sono le proprie, altrimenti saremmo tutti uguali (magari tutti come me, immagina in che mondo vivremmo…). Una cosa però potrei suggerire, cioè di chiedersi continuamente quasi in modo assillante, se ciò che fai è ciò che ti porta a svegliarti sereno.

Pensi che per poter fare un percorso simile al tuo occorra avere delle caratteristiche specifiche?

Beh, in realtà, nulla si speciale. A parte essere quasi perfettamente normali.

C’è qualcosa che cambieresti oggi della tua vita?

Si certo. Ma, per la verità, non so ancora cosa sia, quindi continuo a cercare. Posso dirti una cosa: la più grande fortuna che si possa avere, è riuscire a cambiare, non solo avere la possibilità pratica di farlo, ma avere uno spicchio di libertà o follia a cui aggrapparsi per capire di poter cambiare. Hai presente quelle piante che crescono nel sottobosco al buio e che puntano all’unico punto di luce che vedono da lontano? Esattamente questo.

Quali progetti hai per il futuro?

Continuare con le mie due attività, con i miei due lavori, cercando di adattarli alle situazioni e desideri che arriveranno.
Spero soprattutto di poter dare un contributo al pensiero vegan, che credo sia un concetto fondamentale per il miglioramento della vita di tutti. E non parlo di vita spirituale, con tutto il dovuto rispetto. Ma parlo della vita quotidiana, del già citato sorriso che tutti dovrebbero avere svegliandosi la mattina, animali umani e non umani.

Quale consiglio daresti oggi a chi non ha ancora trovato un lavoro, oppure è scontento di quello che fa?

Cambialo!
E a parte questo, guarda quello che fai e quello che sei, guarda le tue mani guarda i tuoi piedi e i tuoi pensieri. Guarda quello che ti rende vivo e rincorrilo. Non è detto che lo raggiungerai mai, però almeno non avrai speso energie a lamentarti.

Se volete conoscere meglio Marco Ferra, visitate il suo sito.

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La felicità è nelle piccole cose #storiepositive #6

Questa settimana vorrei presentarvi Michelle Udoji, una ragazza nigeriana di 28 anni, che per poter realizzare i suoi sogni ha abbandonato il suo paese ed è venuta a studiare qui in Italia. Il suo è un percorso in parte differente da quelli che vi ho raccontato fino ad ora, infatti Michelle non è nata con una sola grande passione, come i protagonisti delle storie che abbiamo fino ad ora conosciuto, ma ha scoperto la sua strada seguendo il suo istinto e ciò che ha incontrato nel suo percorso e ha saputo catturarla e conquistarla.

Parlaci un pochino di te Michelle…

Mi chiamo Michelle, ho 28 anni e attualmente vivo a Milano. Sono nata in Inghilterra, ma sono cresciuta in Nigeria. Quando avevo 16 anni, mi sono trasferita negli Stati Uniti, dove sono rimasta per una decina d’anni, per poi tornare in Nigeria. Dopo due anni che mi trovavo nel mio Paese ho avuto l’opportunità di poter venire in Italia a frequentare il Master in Management ed Econima dell’Energia, organizzato dalla Scuola Enrico Mattei, che è parte di Eni Corporate University. È buffo pensare che questa è la prima volta che vivo in Europa, nonostante io sia nata qui…forse era destino!

Quali sono le tue più grandi passioni?

Io sono soprattutto appassionata della vita…ci sono così tante cose eccitanti nella vita: il cibo, la musica, conoscere persone, viaggiare, costruire amicizie, l’arte….sarebbe impossibile avere una sola passione!

Le tre cose che però amo maggiormente sono: la scrittura, la fotografia e le relazioni sociali.

Mi sono innamorata della scrittura in Nigeria. Mi ricordo, come se fosse ieri, quando sono tornata nel dormitorio dalla mia prima lezione di letteratura, talmente eccitata che ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo! Volevo fare la scrittrice e, chi lo sa, magari un giorno finirò il mio libro..

Della fotografia, invece, mi sono innamorata quando ero al college in America, grazie a dei blogs a tema che riportavano immagini così belle, da lasciarmi senza parole, davanti a un così grande talento nel saper catturare la vita. Da lì, ho deciso di documentarmi e ho iniziato a studiare Photoshop e a leggere tutto quello che riguardava la fotografia con grande interesse. Ora che sono in questo meraviglioso Paese, ho avuto modo di scattare delle foto sorprendenti sul Lago di Como e, una volta finiti gli esami, conto di girare l’Italia in cerca di immagini da catturare.

Il mio amore per le relazioni invece lo coltivo da sempre viaggiando il più possibile e cercando di vivere in contesti che mi permettano di entrare in contatto con altre culture, altri modi di pensare, altri stili di vita.

Come mai hai deciso di frequentare il master di Eni?

Quando sono tornata in Nigeria dopo gli studi, ho avuto la fortuna di poter fare uno stage per Eni (NAOC) e conoscere questa Azienda, che ho subito amato. Mentre facevo il mio stage, mi sono resa conto che, coloro che erano assunti e integrati in modo strutturato all’interno dell’Azienda, avevano la possibilità di vivere vite incredibili anche in un Paese come la Nigeria, potevano fruire di condizioni contrattuali pari a quelle dei Paesi sviluppati, con una retribuzione molto al di sopra della media del mio Paese e assistenza sanitaria, cosa che nel mio Paese non sono assolutamente la norma, purtroppo. Eni è un’Azienda che offre una visione internazionale e una possibilità di contatto interculturale altissime e io amo questo aspetto. Durante questa mia esperienza di stage, ho avuto modo di rendermi conto che, se fossi riuscita ad essere assunta da Eni, avrei potuto diventare una donna indipendente, con una stabilità finanziaria, una pensione, dei diritti come lavoratrice. Nonostante io abbia già un MBA, questo Master che sto frequentando, focalizzandosi sull’industria energetica, l’economia e le politiche ambientali, mi dà la possibilità di sviluppare delle abilità che possono completare il mio profilo e permettermi di avere un percorso lavorativo soddisfacente all’interno di Eni. Come per gli altri studenti del Master, il mio sogno, infatti, è quello di poter essere assunta da questa Azienda.

Cosa ti piace soprattutto della tua esperienza in Eni?

All’interno del Master che sto frequentando, ad arricchire il programma di studi, sono previsti degli incontri con top manager provenienti dalle Aziende di tutto il mondo e spesso ci sono dei seminari tenuti da personalità di spicco dell’Industria. Un’altra cosa che adoro è il fatto che nella mia classe siamo 49 studenti e proveniamo da 20 differenti Paesi, un mix di culture e background assolutamente affascinante! A volte scherziamo tra di noi e diciamo che siamo come le Nazioni Unite! Alla fine di questa esperienza, ognuno di noi tornerà nel suo Paese e questo ti fa amare e apprezzare ancora di più il tempo passato insieme.

Hai mai pensato di fare altro nella tua vita?

Ho pensato di coltivare le mie prime due passioni di cui parlavo in precedenza, ma alla fine ho sentito che la mia vera strada era da un’altra parte. Nella scrittura non ho avuto il coraggio di perseverare maggiormente inseguendo questo sogno, forse avevo paura di non essere abbastanza brava o che anni di lavoro a scrivere il mio libro non sarebbero stati apprezzati e capiti e ho preferito dire a me stessa che ero troppo impegnata e non potevo finire il mio romanzo! La fotografia, invece, è una strada che ho abbandonato, nonostante continui ad averla come hobby, perchè molto costosa, per diventare un bravo fotografo devi avere la possibilità di investire molti soldi nella tua formazione e io non potevo permettermelo.
E poi è come se avessi “sentito” che quello che volevo veramente era entrare a far parte di una grande Azienda con una visione e una dimensione internazionale, che fosse in grado di far davvero emergere il mio potenziale e mi desse la possibilità di incontrare e conoscere gente proveniente da tutto il mondo. Ora sono molto soddisfatta che le cose siano andate così, indipendentemente da quello che succederà alla fine del Master, penso che questa esperienza mi abbia arricchito e mi abbia convinto definitivamente che il mio posto è in un’Azienda così.

Sei soddisfatta di quello che hai fatto fino ad ora e ti senti realizzata?

Quando sento il termine “realizzata” mi viene da pensare ad amici di famiglia che hanno costruito da niente delle Società di successo, ai top manager della mia Azienda, ai VIP o ai grandi romanzieri…e sorrido pensando a me. Ad essere sincera, penso di dover fare ancora molta strada nella vita per potermi ritenere davvero soddisfatta e appagata! Questo è solo l’inizio, per realizzare i mie sogni devo lavorare ancora parecchio. Sono ancora solo una studentessa, ma sono convinta che se mi rifacessero questa domanda tra dieci anni potrei rispondere: “Si, mi sento realizzata e sono molto soddisfatta!”.

Raccomanderesti di seguire i tuoi passi?

Il mio percorso è stato molto vario ed articolato e ho portato avanti diverse passioni che mi hanno permesso di crescere e di capire anche meglio dove fosse la mia strada. Se dovessi dare un consiglio a qualcuno, probabilmente gli direi di scegliere fin da subito una sola strada e incanalare i suoi sforzi unicamente su quella. A tutti quelli che, però, sono come me e amano provare diverse cose, sperimentare, “toccare con mano” le cose prima di sceglierle, dico di andare avanti e provare a realizzare i loro sogni! Sarà la vita poi a indicare la strada giusta, se ci si dedica a ciò che si ama. Ma imparate l’Italiano meglio di me se volete venire a studiare in Italia!

Qual è, secondo te, la caratteristica più importante da avere sul lavoro?

Credo che l’onestà e la gentilezza siano le cose più importanti da avere nella vita. Io sono arrivata dove sono ora, non soltanto grazie a me stessa, ma anche grazie alle persone che mi hanno amata e sostenuta. Così cerco di ricordare sempre a me stessa che è importante essere gentili con tutti, perché non puoi mai sapere cosa la vita ha in serbo per te. Io cerco di ridare al mondo quello di positivo che la vita ha dato a me.

Vorresti cambiare qualcosa nella tua vita oggi?

Non cambierei nulla nella mia vita, sono contenta di come sia andata a finire. I rimpianti sono solo in grado di renderci schiavi del nostro passato e impedirci di vivere l’oggi.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

I miei progetti per il futuro? Le tue supposizioni potrebbero essere esatte quanto le mie, è ancora tutto da scrivere. Comunque vada, spero di potermi realizzare, ottenere una buona sicurezza, amore e felicità.

Quale consiglio daresti a chi non è ancora riuscito a trovare la sua strada?

Vorrei innanzi tutto consigliare alle persone di provare a trovare la gioia e la felicità nelle piccole cose intorno a loro. Non importa quanto ricco sogniamo di diventare, o quale lavoro favoloso vogliamo, dubito che ci sia un particolare lavoro o un reddito tale che ci renderanno automaticamente soddisfatti al 100%. Credo che la chiave sia quella di godere di ogni giorno, apprezzare gli amici, la famiglia, il cibo, viaggiare, vivere la vita e le relazioni che ci fanno stare bene, anche se non siamo attualmente pienamente soddisfatti di quello che facciamo. Questa credo sia la chiave per essere più sereni e in pace con se stessi e poter così avere più energie da dedicare anche all’attività lavorativa.

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Mordi la vita! #storiepositive#5

La storia che vi voglio raccontare oggi ha come protagonista un ragazzo, Damiano, di cui è impossibile non restare subito affascinati, per il carisma e l’energia positiva che è in grado di trasmettere. Di quello che mi ha raccontato in questa intervista, ho amato soprattutto l’entusiasmo contagioso, la carica positiva, la volontà di raccontarsi e raccontare un lavoro, che è l’amore di una vita.

Parlaci un pò di te…

Mi chiamo Damiano Gallo, ho 32 anni, sono siciliano di origine e vivo a Milano.
Insieme al mio socio Mike Ruszczyk, che è anche mio compagno nella vita, abbiamo deciso di aprire nel 2011 un’Agenzia Immobiliare, Porta Nuova Estates e da pochi mesi abbiamo anche una nuova socia, Veronica Russomando.

Tieni presente che prima facevo l’avvocato, essendo io laureato in Giurisprudenza, e Mike, invece, laureato in Marketing, lavorava in una grossa multinazionale americana.

Abbiamo deciso di cambiare vita, poiché entrambi abbiamo sempre avuto la passione per le case, tanto da decidere di farla diventare un vero e proprio lavoro. Purtroppo, in Italia, l’immagine degli Agenti Immobiliari non è bellissima e questo è un vero peccato, visto che c’è molta gente, come me e il mio compagno, che mette in questo lavoro amore, passione ed impegno. Da queste riflessioni, io e Mike abbiamo avuto l’idea di dare vita alla prima web com sul mercato immobiliare, intitolata Vendesi: le avventure immobiliari di Damiano e Mike, visibile su VendesiTv. Si tratta di dieci puntate, nelle quali io e Mike, in maniera comica e anche un po’ grottesca (visto che non siamo attori professionisti), raccontiamo tutti gli aspetti relativi alla compravendita e alla locazione. Una sorta di “manualetto” sul web, utile per chi volesse vendere o comprare casa. La novità è piaciuta tantissimo e abbiamo ricevuto miglia di visualizzazioni in pochi mesi.

Da poche settimane, un’ emittente televisiva si è accorta di noi e mi è stato proposto un programma televisivo, di cui sono anche autore, Il Bello del Mattone, il primo talk show sul mercato immobiliare. Il programma è in onda tutti i giovedì alle 20.15 sul canale 1 di GRP TV ed è visibile anche in streaming.

Parlaci un po’ delle tue passioni…

Le mie due più grandi passioni sono sempre state le case e la televisione, due sogni che ho sempre avuto fin da piccolo… ora che conduco un programma in tv sulle case, mi sento alle stelle!

Fin da bambino, camminavo per strada, guardavo le case e gli attici e sognavo…desideravo fermamente che questo potesse diventare un lavoro, perché ero sicuro che avrei potuto mantenermi e insieme mi sarei divertito, essendo l’amore per le case la mia passione più grande.

L’altro grande sogno che mi accompagna fin dall’infanzia è la televisione, l’idea della TV mi rimbalzava di continuo in mente nell’arco della giornata come un tarlo e, anche se sapevo che si trattava di un sogno molto difficile da realizzare, qualcosa dentro di me continuava a crederci: sapevo che ce l’avrei fatta!

Così, quando ho avuto la fortuna di realizzare il mio primo grande sogno e aprire un’Agenzia Immobiliare, ho voluto tentare il tutto per tutto e provare a vedere se questa passione mi avrebbe portato fortuna anche nella realizzazione del mio secondo grande sogno: la tv.

Dentro di me, ho pensato: “Il mercato immobiliare è in crisi, anche perché è un mondo “polveroso” che necessita di essere svecchiato, ringiovanito, “ricaricato”…e allora, perché non fare un programma tv sulle case con un format nuovo, ironico, giovane e divertente?” Ed ecco che è nata l’idea de Il Bello del Mattone.

Ho desiderato raggiungere questi due obiettivi con tutte le mie forze e ce l’ho fatta, ma so che per me non è ancora finita…non mi sento ancora arrivato, questo è solo l’inizio per me.

Come hai iniziato e quali sono state le evoluzioni della tua idea?

È nato tutto per caso, come un gioco. Mi ero appena dimesso come avvocato da un noto studio di avvocati di Milano e una mia amica, che ha una agenzia immobiliare, sapendo della mia passione per le case, mi ha chiesto di farle compagnia in ufficio. In una settimana sono riuscito a trovarle 7 clienti e da lì ho capito che forse il mio sogno avrebbe potuto diventare realtà.

Perché hai deciso di lasciare il tuo lavoro da avvocato?

Nella mia famiglia ci sono ben sette avvocati e mi ero stufato di respirare diritto, leggi, pareri e sentenze. Sentivo l’esigenza di stare a contatto con la gente, un desiderio viscerale che ho sempre avuto dentro, ma volevo un contatto autentico e paritario, non “dal piedistallo”, come avviene per gli avvocati. Da sempre, io, per carattere, ho bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione, ma tra la gente, con la gente, non al di sopra delle persone.

Come racconteresti a qualcuno che non ti conosce il tuo lavoro?

Pieno di insidie, complesso, ma il lavoro più bello al mondo. Libertà assoluta e ottime possibilità di guadagno.

Cosa ti piace soprattutto di quello che fai?

La possibilità di scegliere i clienti, è un lavoro dove è molto importante la fiducia, quindi devi un pò piacerti, perchè le cose possano andare bene. Dietro a ogni casa comprata o venduta ci sono sempre e comuque delle persone e tutte le transazioni migliori nascono da relazioni positive e collaborative, da “gioco di squadra”. L’altra cosa che amo è la possibilità di condividere l’amore per il mio lavoro con altre persone, cosa che, con la tv, posso finalmente realizzare alla grande. Con la speranza di dare sempre messaggi utili!

Sei soddisfatto di quello che hai realizzato? Perché?

Voglio realizzare di più, sto lavorando per avere un programma su rete nazionale. Questo è il mio sogno più grande.

Qual è stata la maggiore soddisfazione che hai avuto nel tuo lavoro?

Essere stato preso come punto di riferimento e di ispirazione in un convegno nazionale per Agenti Immobiliari. La nostra idea è stata premiata e apprezzata da molti colleghi e questa per me è la più grande soddisfazione. Oltre ad avere avuto come ospiti nel mio programma personaggi dello spettacolo e della cultura che hanno apprezzato le nostre idee, ad ulteriore conferma che siamo sulla strada giusta!

Consiglieresti di seguire le tue orme?

Si, a tutti i giovani, purché volenterosi, tenaci e determinati. A tutti coloro che la mattina si svegliano pieni di energia e vogliono “spaccare il mondo”, a chi non si arrende davanti agli ostacoli, a chi emana energia positiva e ottimismo, anche di fronte alle difficoltà. A chi non si scoraggia e ha il coraggio di inseguire i suoi sogni.

C’è qualcosa che cambieresti oggi della tua vita?

No, adoro tutto e sono grato di quello che ho avuto fino ad ora.

Quali progetti hai per il futuro?

Penso che nella vita farò anche altro, desidero comprare un albergo e avere dei negozi e forse anche un bar. Per carattere, tendo sempre a guardare avanti e non mi piace sedermi sugli allori. Prendo i successi come nuovi punti di partenza, non punti di arrivo.

Quale consiglio daresti oggi a chi non ha ancora trovato un lavoro, oppure è scontento di quello che fa?

Cambia, muoviti nello spazio, non stare fermo e reagisci. Mordi la vita e non farti mordere.

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Dove mi ha portato l’amore per Dr.House #storiepositive #4

Per la storia di questa settimana ci spostiamo all’interno del Master di Management ed Economia dell’Energia di Eni, per incontrare un giovane ingegnere pakistano, Waqar Chughtai. Di lui ho subito amato l’energia, la determinazione e l’entusiasmo ed è proprio questo il motivo per cui ho deciso di raccontare la sua storia. Spero che riuscirete a ricevere anche voi tutta questa carica energetica, leggendo questa intervista.

Parlaci un pochino di te..

Il mio nome è Waqar, ho 24 anni e vengo dal Pakistan. Penso di essere una persona molto calda e socievole, sempre aperto a conoscere nuovi amici. Professionalmente parlando, mi definisco dinamico, automotivato; sono una persona che ama prendere iniziative. Mi piace molto incontrare e conoscere nuove persone. Inoltre amo viaggiare e leggere. Mi considero molto curioso e, quindi, mi piace capire e scoprire sempre cose nuove. Nello sport mi piace giocare a squash e cricket.

Qual è la tua passione e come hai scoperto di averla?

Dunque, parlare della mia passione significa fare un lungo viaggio..

Tutto è iniziato con il mio interesse per la medicina, mentre frequentavo la scuola superiore. La lezione di biologia era per me la migliore della giornata. In quei giorni, avevano iniziato a trasmettere anche una serie televisiva, che ha come protagonista un medico, Dr. House. Sono rimasto veramente colpito dal personaggio di House, interpretato da Hugh Laurie. Dopo averlo visto, mi sono sentito estremamene simile a lui, ho ritrovato, nella passione per le diagnosi complesse e i puzzle medici, apparentemente irrisolvibili, di House, molto di me stesso.

Al momento dell’iscrizione al college, quando ho dovuto scegliere tra le due professioni tradizionali in Pakistan, medicina o ingegneria, nonostante il fatto che volevo diventare come Dr. House, sono stato “convinto” dai miei genitori che l’ingegneria “avrebbe dovuto” essere la mia carriera. Le motivazioni che hanno indirizzato la mia scelta erano quattro: ho sempre avuto ottimi voti in matematica, mio cugino non era stato in grado di entrare alla facoltà di medicina, medicina non è gratificante quanto ingegneria e, soprattutto Dottor House è solo un personaggio immaginario, i professionisti come lui non esistono nemmeno in USA, figuriamoci in un Paese in via di sviluppo come il Pakistan. Quindi, anche se Dr. House è rimasto il mio personaggio preferito, ho optato per ingegneria e sono riuscito a entrare in una delle migliori Università di ingegneria in Pakistan.

All’inizio degli studi, non ero completamente sicuro di aver scelto il campo giusto nè che quello fosse il percorso giusto per me, ma quando, nel corso del secondo anno, ho lavorato sul mio primo vero e proprio progetto di ingegneria, ho “sentito” cosa è davvero l’ingegneria e ho capito che sono nato per essere ingegnere.

Ho capito che il motivo per cui avevo tanto voluto essere Dr.House, è la sua abilità nel problem solving e il DNA dell’ingegneria è proprio il problem solving, così l’ingegneria è diventata la mia più grande passione. Ho subito iniziato a fare molti progetti originali, seguendo il mio istinto, a differenza della maggioranza dei miei colleghi che erano soliti lavorare solo in funzione di specifici task. Ricordo che in quei giorni ho cominciato a considerarmi e a vedermi come un innovatore e a riflettere sul fatto che l’arretratezza del mio Paese sia proprio dovuta alla mancanza di innovazione tecnologica.

Nel corso del mio secondo anno di studi, la mia passione si è ulteriormente definita.

Un gruppo di studenti ha iniziato a lavorare su un robot per la ricerca e il soccorso urbani. L’idea di lavorare a questo progetto, nasce dalla situazione che stava vivendo il Pakistan, colpito da uno dei peggiori terremoti degli ultimi secoli. Assistevamo quotidianamente a un sacco di problemi durante le operazioni di soccorso: il monitoraggio esatto dei sopravvissuti, per poter inviare una squadra di soccorso tempestivamente, la difficoltà di conoscere la situazione in cui si trovano i superstiti etc…erano problemi che andavano risolti per ottimizzare i flussi di intervento. Sono rimasto davvero affascinato dall’idea e ho scoperto la mia nuova passione: la robotica.

Sono entrato nel team che lavorava a questo progetto.

In questi due anni ho partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali di ingegneria soprattutto legati alla robotica. Grazie al mio background, sono stato selezionato dalla National University of Ireland per lavorare su un progetto di robotica che doveva costruire NAO, un robot costruito per giocare la coppa del mondo di Intelligenza Artificiale. Io ero uno dei cinque studenti internazionali selezionati, così ho sentito davvero il senso di realizzazione. Ho passato tutta l’estate a Dublino a lavorare su quel progetto. Durante quel periodo, ho scoperto molte cose su di me e ho apprezzato davvero tutto il bello di viaggiare. Mi è piaciuto molto l’incontro con persone provenienti da diversi background culturali, passare del tempo con loro, imparare un sacco di cose nuove.

Stavo vivendo un sogno!

Dopo aver completato il progetto, sono tornato per finire il mio ultimo anno in ingegneria . A quel tempo ero il coordinatore del team di robotica Recue, ci siamo qualificati per la competizione robotica RoboCup molto prestigiosa, ma non siamo riusciti a ottenere alcuna sponsorizzazione, così, nonostante tutti gli sforzi, non abbiamo potuto partecipare. Questa cosa mi ha scoraggiato molto.

Come mai hai deciso di frequentare il Master di Eni?

Eni è un grande nome, anche in Pakistan, una società in cui sognano di lavorare un sacco di persone, là da me. Dopo il mio lungo viaggio di scoperta della mia vera passione, quando ho saputo di questa opportunità, ho subito pensato a una citazione da “alchimista” di Pablo Coelho, perfetta per me, che dice qualcosa del tipo: “se volete veramente ottenere qualcosa, tutto l’universo cospira a vostro favore”. La tempistica di questa offerta mi ha chiaramente detto che è il mio destino e che mi è stata inviata da un qualche dio questa opportunità. Questa offerta aveva tutto ciò di cui avevo bisogno: Master in gestione, ingresso in una società rinomata come Eni, un anno intero per viaggiare in Europa e la possibilità di stare con persone provenienti da tutto il mondo. E’ stata veramente una manna dal cielo! Così ho dato il massimo e, dopo una serie di prove e colloqui, io ero una delle tre persone selezionate per il Pakistan.

Il fatto che il Master si svolgesse in Italia ha pesato nella scelta?

Questa opportunità, indipendentemente dall’Italia, sarebbe stata già comunque il massimo per me, ma l’Italia è stata veramente la ciliegina sulla torta.

Quali pensi potranno essere le opportunità a seguito del Master?

Come ho detto prima, Eni è il datore di lavoro preferito in Pakistan, per via della sua reputazione. Ed Eni ha ottenuto questa fama, tra le altre cose, mantenendo la sua presenza efficace e produttiva in circa 90 Paesi nel mondo. Quando una società è così grande e di successo, questo implica che crede nella crescita, nel puntare verso il futuro, vuole essere all’avanguardia ed è veramente brava nell’identificare il talento nei giovani per farli crescere al suo interno e fare si che possano portare avanti la sua eredità e cultura. Ora, dato il mio percorso, unito al mio innato dinamismo, credo che l’ambiente di tranning di Eni sia l’ideale per me, per perfezionare e affinare le mie capacità e io credo di poter essere un dipendente ideale per un’Azienda con una filosofia come quella di Eni, penso di potermi inserire bene contribuire a una sua ulteriore crescita.

Ci sono dei vantaggi a frequentare la scuola di Eni rispetto a una scuola nel tuo Paese?

Eni è una delle maggiori nel suo settore con una storia ricca di successi, modelli acquisiti e sviluppati, tecniche e tecnologie. Ora che mi sono deciso a lavorare nel settore petrolifero e del gas, quindi, quale posto migliore per crescere dell’Università di Eni?

Cosa ti sta piacendo maggiormente del mondo di Eni?

La cosa che amo di più di questo Master è la diversità culturale. Immaginate di studiare in una classe con persone di 21 diverse nazionalità, per lo più provenienti da Paesi in via di sviluppo. C’è sempre qualcosa da discutere, qualcosa da imparare gli uni dagli altri. L’apprendimento in aula è importante, ma questa cosa aumenta il fascino di questo Master, almeno dal mio punto di vista.

Cosa vuoi portare nel tuo Paese di quello che stai imparando qui?

Beh, questa è una domanda difficile. Ho imparato un sacco di cose nuove qui e le cose che ho imparato qui mi ha dato una nuova prospettiva sulle cose. C’è un sacco da portare a casa, anche se concretamente non so ancora come sfrutterò le cose imparate.

Cosa ti piace soprattutto di quello che fai?

Mi piace l’aggiunta di un po’ di me stesso in tutto quello che faccio. Qualsiasi cosa io faccia, mi piace aggiungere un tocco personale ad essa.

Ti senti soddisfatto di quello che hai fatto nella tua vita?

Credo che ogni essere umano abbia una fame insaziabile di ottenere di più, realizzare di più, fare ancora un altro passo. Questo, secondo me, è una buona cosa, dal momento che rende possibile raggiungere traguardi impensabili. Detto questo, direi che, anche se avrei potuto fare molto di più di quello che ho fatto finora, sono soddisfatto, nel senso che i miei sforzi sono stati fecondi, il che significa che sono sulla strada giusta.

Raccomanderesti a qualcuno di seguire i tuoi passi?

Credo che ognuno di noi abbia delle spiecifiche doti e abilità, i suoi punti di forza e di debolezza, il suo modo di fare le cose. Quindi penso che non si debba seguire le orme di nessuno, ma seguire solo se stessi.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Credo di essere in grado di fare qualcosa di duraturo, qualcosa di concreto e sostanziale. Voglio giocare la mia parte nel rendere questo mondo un posto migliore, anche se il cambiamento che posso apportare è probabilmente solo marginale. Questo comunque è il mio obiettivo per il futuro!

Cosa consiglieresti a chi non si sente soddisfatto del suo lavoro o non riesce a trovare la sua strada?

Essere insoddisfatti non è una cosa negativa, a mio parere, ci spinge più profondamente a raggiungere qualcosa. A chi crede di non essere in grado di raggiungere qualcosa, nonostante lo sforzo che ci sta mettendo in quella cosa, vorrei dire, come si dice in ingegneria, lo sforzo è come un vettore di significato la direzione è importante quanto la grandezza della forza stessa. Quindi, a mio parere solo un duro lavoro non è abbastanza, un duro lavoro intelligente è la vera chiave.

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Amo mio padre

Per la festa del papà, vorrei condividere con voi un bellissimo estratto dal libro di Fabio Volo “Il tempo che vorrei”. Parole che toccano il cuore e in cui, forse, un pochino tutti ci riconosciamo.

Sono figlio di un padre mai nato.
L’ho capito osservando la sua vita. Da che ho memoria non ricordo di aver mai visto il piacere nei suoi occhi: poche soddisfazioni, forse nessuna gioia.
Questo mi ha sempre impedito di godere pienamente della mia, di vita. Come può infatti un figlio vivere la propria se il padre non ha vissuto la sua?

Qualcuno ci riesce, ma è comunque faticoso. E’ un’officina di sensi di colpa che lavora a pieno ritmo.
Mio padre ha sessantasette anni, è magro e ha i capelli grigi. E’ sempre stato un uomo pieno di forza, un lavoratore. Ora però è affaticato, stanco, invecchiato. E’ stato deluso dalla vita. Così deluso che quando ne parla spesso si ripete. Vederlo in questa condizione scatena in me un forte senso di protezione. Mi intenerisce, mi dispiace, vorrei fare qualcosa per lui, vorrei aiutarlo in qualche modo.
E mi sento male perché mi sembra di non fare mai abbastanza, di non essere mai abbastanza.
Spesso, soprattutto negli ultimi anni, lo osservo di nascosto. Lo guardo con attenzione e solitamente finisce che mi commuovo senza una ragione valida, se non per quel groviglio interiore che provo da sempre e che mi tiene legato a lui.
Abbiamo avuto una relazione difficile e il nostro è quel tipo di amore che solamente chi ha avuto il coraggio di odiarsi può conoscere. Quell’amore vero, guadagnato, sudato, cercato, lottato.

Per imparare ad amarlo ho dovuto fare il giro del mondo. E più mi allontanavo da lui, più in realtà mi stavo avvicinando. Il mondo è tondo.
C’è stato un lungo periodo in cui non ci siamo parlati. E non parlare con un genitore significa avere ginocchia fragili, significa aver bisogno all’improvviso di sedersi un attimo.
Non perché ti gira la testa, ma perché ti fa male lo stomaco.
Mio padre è sempre stato il mio mal di pancia. Per questo ho iniziato ad amarlo veramente solo dopo che sono riuscito a vomitare tutta la mia rabbia, il mio odio e il mio dolore, visto che molte di queste sensazioni portavano il suo nome.
Quand’ero piccolo volevo giocare con lui, però il suo lavoro lo portava sempre via. Lo ricordo soprattutto in due situazioni: mentre si preparava per andare al lavoro o mentre riposava stravolto dal lavoro. In ogni caso dovevo aspettare: io per lui arrivavo sempre dopo.
Mio padre mi è sempre sfuggito, e ancora oggi è così.
Prima me lo portava via il lavoro, ora piano piano me lo sta portando via il tempo, un avversario con cui non posso misurarmi, con cui non posso competere. Per questo, ora, vivo la stessa sensazione di impotenza che provavo da bambino. Soprattutto negli ultimi anni, ogni volta che lo vedo mi accorgo che è sempre più vecchio, e lentamente, giorno dopo giorno, sento che mi scivola via dalle mani. E ormai non mi resta che stringere forte la punta delle sue dita. All’età di trentasette anni, guardando quest’uomo mai nato, mi viene in mente la frase che Marlon Brando aveva appesa in camera: “Non stai vivendo se non sai di vivere”. Ancora oggi mi chiedo cosa posso fare per lui. Anche se adesso lo vedo fragile, indifeso, invecchiato, anche se ormai sembro più forte di lui, in realtà so che non è così. E’ sempre più forte di me. Lo è sempre stato. Perché a lui basta una parola per farmi male. Anzi, anche meno: una parola non detta, un silenzio, una pausa. Uno sguardo rivolto altrove. Io posso sbraitare e dimenarmi per ore, passare alle ingiurie, mentre a lui per stendermi basta una piccola smorfia, fatta con un angolo del labbro.Se nella vita da adulto lui è stato il mio mal di pancia, da bambino era il mio torcicollo. Perché facevo sempre tutto con la testa rivolta verso di lui, verso un suo sguardo, una sua parola, una semplice risposta. Ma la sua reazione era sbrigativa: una spettinata breve ai capelli, un pizzicotto sulla guancia, il disegno che avevo fatto per lui appoggiato velocemente alla credenza. Non poteva darmi nulla di più perché non solo mio padre non si è mia reso conto dei miei dolori, delle mie necessità e dei miei desideri, ma non si è mai reso conto nemmeno dei suoi. Non è mai stato abituato a esprimere i sentimenti, a prenderli in considerazione. Per questo dico che non ha mai vissuto veramente. Perché si è fatto da parte.
Forse per questo motivo anch’io stupidamente non l’ho mai visto come una persona che potesse avere desideri, delle paure, dei sogni. Anzi, sono cresciuto senza pensare che fosse una persona: era semplicemente mio padre, come se una cosa escludesse l’altra. Solo diventando grande e dimenticandomi per un istante di essere suo figlio ho capito com’è realmente, e l’ho conosciuto. Avrei voluto essere grande da piccolo per parlare con lui da uomo a uomo, così magari avremmo potuto trovare una soluzione ai nostri problemi, una rotta diversa da percorrere insieme. Invece, adesso che ho capito molte cose di lui, ho la sensazione di essere arrivato tardi. Di aver poco tempo.
Ora, mentre lo osservo, ho la piena certezza di sapere cose di mio padre che nemmeno lui sospetta. Ho imparato a vedere e a capire ciò che nasconde dentro di sé e che non è in grado di tirare fuori.
A quest’uomo per anni ho chiesto amore in maniera sbagliata. Ho cercato in lui quello che non c’era. Non vedevo, non capivo, e adesso un po’ me ne vergogno. L’amore che mi dava era nascosto nei suoi sacrifici, nelle privazioni, nelle infinite ore di lavoro e nella scelta di caricarsi di tutte le responsabilità. A guardare bene non era nemmeno una scelta, forse quella era la vita che tutti avevano fatto prima di lui. Mio padre è figlio di una generazione che ha ricevuto insegnamenti chiari ed essenziali: sposarsi, fare figli, lavorare per la famiglia. Non c’erano argomenti diversi su cui interrogarsi, solo ruoli prestabiliti. E’ come se si fosse sposato e avesse fatto un figlio senza averlo desiderato mai veramente. Sono figlio di un uomo che è stato chiamato dalla vita alle armi, per combattere una guerra privata: non per salvare il paese ma per salvare la sua famiglia. Una guerra fatta non per vincere, ma per pareggiare i conti, per sopravvivere. Per tirare avanti.

Amo mio padre. Lo amo con tutto me stesso. Amo quest’uomo che quando ero piccolo non sapeva mai quanti anni avevo.
Amo quest’uomo che ancora oggi non riesce ad abbracciarmi, che ancora oggi non riesce a dirmi:”Ti voglio bene”. In questo siamo uguali. Ho imparato da lui. Nemmeno io riesco a farlo.

Auguri a tutti a tutti coloro che non si limitano a diventare padri, ma vogliono esserlo.

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La morte ti deve trovare vivo #storiepositive#3

Per la storia di questa settimana ci spostiamo nella bellissima Toscana, in un posto sul mare davvero meraviglioso e a cui sono molto legata: Castiglione della Pescaia.

Qui incontriamo Daniele Magrini, titolare del ristorante Baia dei Butteri. Eccolo qui, Daniele, mentre intrattiene dei clienti a un tavolo del suo ristorante, su una meravigliosa terrazza davanti al mare. Mi sembra di sentire il profumo di salsedine di quelle splendide onde sullo sfondo, unito agli aromi inconfondibili dei piatti di Daniele.

Daniele, raccontaci un pochino chi sei…

Mi chiamo Daniele, ho 44 anni, sono un sognatore che rincorre i propri ideali, combattendo sempre contro tutto e tutti per raggiungere i suoi obbiettivi. Non mi spaventa la fatica, perché ho sempre cercato di fare ciò che mi gratifica. Amo correre, ho partecipato ad alcune maratone e la sofferenza che percepisci dopo i primi 30 km è analoga a quella che provi quando inizi a costruire un nuovo progetto,ma la gioia di tagliare il traguardo, come quella di finire un lavoro, ti ripagano di tutte le sofferenze patite. Credo nell’amicizia ed in Dio. Adoro viaggiare. Ho due bambini adottati a distanza in Burkina Fasu che vado a trovare, quando posso, in moto, altra mia grande passione e gioia che mi ritaglio quando riesco.

Parlaci un po’ della tua passione…

Per me, toccare un alimento per modificarne consistenza, esaltarne il sapore, accostarlo armoniosamente ad altri, per valorizzarlo e proporlo a chi si siede alla mia tavola, rappresenta convivialità nella sua massima espressione. Accogliere il cliente per trasportare i suoi sensi nel mio laboratorio, dove prepariamo con passione ed entusiasmo ciò che la natura ci offre, è Vita. Riportarlo, magari, con i ricordi, alla sua infanzia, ritrovando sapori dimenticati o stupirlo con accostamenti nuovi per il suo palato, è una cosa che mi gratifica immensamente. Il mio obbiettivo è lasciare un ricordo a chi si siede al nostro tavolo, per una moltitudine di fattori, che vanno dal buon cibo, all’accoglienza, al buon bere , un’esperienza gastronomica e sensoriale a 360 gradi.

Quando è nata la tua passione?

Mia nonna, a causa della guerra e della povertà che affliggeva la Maremma negli anni 50, cucinava per le famiglie bene del paese, in modo da portare a casa a mia madre e alle sue sorelle ciò che rimaneva dei banchetti. Da piccolo amavo seguirla quando andava a cucinare e guardavo con ammirazione la sua gestualità quasi magica, che faceva nascere da un po’ di farina e uova, tagliatelle, tortelli e qualsiasi altro tipo di pasta. Restavo affascinato da questa creatività, da come, con il solo tocco delle mani, si poteva valorizzare qualcosa di così semplice come della farina o delle uova. Mi piaceva aiutarla e, provando direttamente l’esperienza della cucina, scoprivo ogni volta cose nuove che mi avvicinavano sempre più a quel mondo.

Come è stato, poi, il tuo percorso?

Il mio iter è da “autodidatta”, visto che il mio percorso di studi è stato molto più “tradizionale”, ho frequentato un istituto tecnico e poi il biennio di Ingegneria Eletronica a Pisa. Durante l’estate, per pagarmi gli studi, lavoravo in ristoranti più o meno importanti e, nei ritagli di tempo, studiavo cucina, per capire il perché di ciò che succedeva attorno a quei fornelli, che per me continuavano ad avere qualcosa di magico e misterioso. Ispirato al grande Gualtiero Marchesi, di cui ho letto tutte le publicazioni, sposandone i principi e la filosofia, adattandola al mio modo di pensare, decido poi nel 2001 di “buttarmi” e aprire il mio ristorante, all’interno di uno stabilimento balneare, dove da 10 anni, durante l’estate, lavoravo sia in spiaggia, che al ristorante gestito da altri.

Perchè hai deciso di far diventare la tua passione un lavoro?

Perché l’unico modo di sognare e lottare per qualche cosa è fare ciò che ti dà vita….e per me lavorare in cucina rappresenta una realizzazione, che va a chiudere il cerchio delle mie passioni.

Come hai iniziato e quali sono state le evoluzioni della tua idea?

Ho sempre gravitato attorno alla gastronomia, perché era l’unica strada che mi sentivo di percorrere nella vita. Da piegare i tovaglioli a 12 anni nel ristorante vicino a casa, a fare il tutto fare in cucina, fino ad oggi, che ho la possibilità e la fortuna di far sedere alla mia tavola ospiti a cui cerco di offrire ciò che il mare giornalmente mi propone o ciò che riesco a trovare nelle nostre campagne , con l’entusiasmo e la determinazione di sempre.

Come racconteresti a qualcuno che non ti conosce il tuo lavoro?

Armonia , bellezza ,creatività, libertà di espressione , disciplina e senso di responsabilità sono gli ingredienti per dare il massimo sempre in questo lavoro, colorare la vita degli altri delle sfumature delle stagioni e di ciò che ti offrono, inventare e cercare di stupire, ricordare la tradizione e chi eravamo, celebrare la mia terra e i suoi doni.
Con l’immaginazione si può dare vita alle forme più disparate con ciò che la natura ci regala, come possiamo vedere in questo piatto, che ha ingredienti molto semplici e produce un effetto spettacolare.

Cosa ti piace soprattutto di quello che fai?

Stupire con la semplicità, esaltare la materia senza starvolgerla, riuscire a vedere un bambino che gusta un mio spaghetto artigianale olio e formaggio, con la voracità e l’aggressività di un cane che difende il suo cibo.

C’è qualcosa che non ti piace/che vorresti cambiare, invece?

Niente. Sono soddisfatto, perché, nel bene o nel male, i miei successi e i miei insuccessi, sono sempre dipesi da me.

Qual è stata la maggiore soddisfazione che hai avuto nel tuo lavoro?

Avere la sala piena del ristorante, essendo partito da zero, senza la spinta e l’insegnamento di nessuno. Aver avuto il piacere di sentirmi chiamare per Natale da una bambina, che non potendo, per motivi di salute, mangiare tutto, mi chiedeva di poter tornare a mangiare quella buona pasta che la faceva sentire bene…questo non ha prezzo. E’ un’immagine che comunica tutto quello che vorrei dire a parole.

Consiglieresti di seguire le tue orme?

Certo, a chiunque ha passione per la cucina, crede in se stesso e ama la vita. A chi ha determinazione, coraggio e spirito di sacrificio. Mio Babbo mi diceva sempre: “La Morte ti deve trovare Vivo”.

Quali progetti hai per il futuro?

Insegnare quello che ho imparato a chi lavora con me, perché possa portare avanti il mio sogno il più a lungo possibile nel tempo e far capire al mondo intero quanto grande è la cucina italiana e quanto sono speciali le persone che con amore e passione la coltivano ogni giorno.

Quale consiglio daresti oggi a chi non ha ancora trovato un lavoro, oppure è scontento di quello che fa?

Lotta per ciò in cui credi, solo così ti sentirai vivo, ogni giorno e troverai la forza di rialzarti ogni volta più forte di prima.

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